Rashid Johnson - Reasons

  • Them, 2014
  • Between Heaven and Hell, 2012
  • Fatherhood, 2015
19 Febbraio 2016 - 10:00am to 15 Maggio 2016 - 7:00pm
— A cura di: Stefano Raimondi

 

Inaugurazione: 18 febbraio 2016, ore 19:00

Press preview: 18 febbraio 2016, ore 11:30

GAMeC - Spazio Zero

Dal 19 febbraio al 15 maggio 2016, la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo è lieta di presentare la prima personale in un’istituzione italiana di Rashid Johnson (Chicago, 1977. Vive e lavora a New York), artista afro-americano considerato centrale nel dibattito attorno alle tematiche dell’identità, dell’integrazione, della memoria.

Dopo gli studi in fotografia, la sua straordinaria carriera inizia nel 2001, quando a soli ventuno anni è il più giovane artista ad essere invitato alla mostra liminale “Freestyle” presso lo Studio Museum di Harlem a cura di Thelma Golden. Una carriera che si è sviluppata nelle recenti mostre personali presso il Museum of Contemporary Art di Chicago (2012), il Miami Art Museum (2012), la South London Gallery (2012), il
Ballroom Marfa in Texas (2013), il Museum of Contemporary Art di Denver (2014), la Kunsthalle Winterthur (2014) e, più recentemente, The Drawing Center a New York (2015).

Curata da Stefano Raimondi, la mostra presentata alla GAMeC offre, attraverso una serie di lavori storici, una lettura più profonda e allo stesso tempo più universale della pratica artistica di Rashid Johnson, svincolandosi da facili categorizzazioni ed etichette e addentrandosi nell’affascinante rete di stratificazioni narrative e formali, suggestioni, esperienze personali e storiche che danno forma alle opere.

Per il titolo della mostra, Reasons, l’artista si è ispirato all'omonima canzone del gruppo musicale statunitense Earth, Wind & Fire, il cui testo è strettamente legato al significato delle opere esposte. L'artista
racchiude in ciascuno dei propri lavori i motivi che sono stati fonte d'ispirazione per la genesi stessa delle opere d’arte: ragioni mosse dal tentativo di investigare attorno a domande personali o a questioni universali a cui provare a dare una risposta attraverso il medium privilegiato della creazione artistica.

I media e i materiali eterogenei presentati in mostra sono divenuti una firma dell’artista e una porta d’accesso al suo mondo: sculture, dipinti, installazioni e video in cui ricorrono elementi caratteristici quali il sapone nero, la cera, le piastrelle in ceramica, la carta da parati, gli spray smaltati e ancora libri, vinili, gusci d’ostrica, burro di karité, ferro, piante.

Alcuni elementi sono portatori di un fenomeno culturale: la cera, il sapone o il burro di karité erano largamente utilizzati durante la Diaspora Africana e successivamente associati all’ideologia culturale dell’Afrocentrismo negli Stati Uniti verso la fine del XX secolo; i vinili e i libri fanno invece riferimento a una storia più personale, che vede gli album ascoltati dall’artista quando era un ragazzo, gli strumenti elettrici del padre e i testi sottratti dalla libreria della madre rientrare in quello che è definito come memorializzazione del processo di appropriazione e ritrasposizione dello spazio domestico.
Tutti i materiali, pur portandosi appresso queste memorie, diventano nella mano dell’artista oggetti di una narrazione più ampia; sottratti dal loro contesto d’origine, sono scelti per la loro capacità di interazione,
perdono una connotazione biografica o di conoscenza e sono usati come strumenti capaci di creare segni e tracce grafiche, diventando linee e quindi referenze all’arte minimale, elementi di distribuzione di
informazioni e sottotesti. Per Rashid Johnson “l’artista è un viaggiatore nel tempo“ e il suo lavoro è descritto “come un mezzo o un portale per riscrivere la storia in modo efficace, non come una revisione, ma come un lavoro di finzione”.

Per creare un dialogo serrato e continuo tra le diverse opere, esperienze, tecniche e materiali, tutti i lavori sono posizionati all’interno di un singolo spazio e visibili immediatamente come un unicum.

Il centro della sala è occupato dall’imponente Fatherhood (2015), una scultura piramidale e totemica, una forma di psiche delocalizzata il cui esoscheletro – composto da cubi d’acciaio di diversa grandezza, posti l’uno sopra l’altro in modo da creare una griglia tridimensionale – richiama le composizioni geometriche di Sol LeWitt e i lavori modulari di Carl Andre.
Questa struttura, svuotata, è riempita da una serie di oggetti che hanno definito il linguaggio dell’artista: oggetti familiari di forte significato personale e sociale, dozzine di piante domestiche, lampade per coltivazione e una serie di libri tra cui alcune copie del best seller Fatherhood di Bill Cosby, che affronta il tema dell’essere padre ma che è legato alla controversa figura dell’attore.

L’opera interagisce e dialoga, creando una costellazione di letture, con i lavori posti lungo il perimetro dello Spazio Zero. Tra queste, Between Heaven and Hell (2012) è centrale per comprendere la trasformazione dei significati in forme oggettuali. L’opera si configura, infatti, come uno scaffale o, per usare le parole dell’artista e riferendosi al libro di Lawrence Weiner, “Qualcosa su cui mettere sopra qualcosa”. L’atto di trovare uno spazio in cui appoggiare la propria storia è legato alla necessità di conservare ma anche di esporre l’infinita, spesso contraddittoria, varietà degli stimoli che in infiniti “qui e ora” concorrono alla creazione dell’identità e di un linguaggio intuitivo e affascinante.
Accanto a vinili e libri, la scultura include anche un busto, solamente abbozzato, in burro di karité. Originario dell'Africa occidentale, questo materiale è cresciuto in popolarità durante il movimento Afrocentrico, che ha influenzato parte dell'infanzia dell'artista.

Goodbye Derrick (2012) è un eccezionale dipinto astratto realizzato su un pavimento di quercia rossa, la cui superficie è marchiata da alcuni segni ambigui ripetuti più volte. Si tratta di immagini di un mirino, appreso dal logo del gruppo hip-hop Public Enemy, che rivela sia una forte carica aggressiva sia un approfondito studio delle forme geometriche, foglie di palma e ancora le insegne di Sigma Pi Phi, la prima associazione professionale e culturale di Afro-Americani il cui nome è scritto in lettere greche.

Tuttavia, questo processo di ripetizione ne modifica il significato portandolo sul piano più formale dell’astrazione, sottolineando come la forma, la composizione e l’uso dei materiali siano un punto imprescindibile del discorso artistico e ponendo la domanda di come questi oggetti diventino dei significanti, di cosa siano una volta persa la funzione per la quale erano originariamente pensati.

La mostra accoglie inoltre le opere Them (2014), Untitled Anxious Men (2014) e Positions (2015), realizzate usando tre tipologie di piastrelle diverse: a specchio, bianche e colorate. Una miscela di sapone nero e cera viene letteralmente colato spostandosi e circumnavigando l’opera come se fosse un’isola; le piastrelle creano una griglia bidimensionale (che, nel caso di Positions viene estesa alla terza dimensione tramite l’uso del colore).

Untitled Anxious Men, in particolare, sembra richiamare l’arte informale di Dubuffet per la forza eccezionale con cui emerge la testa – scarabocchio della figura, assolutamente fuori scala e fuori proporzione –,
impadronendosi di tutto lo spazio possibile come solo le opere di Art Brut sanno fare.
Il contrasto tra le piastrelle di ceramica bianca e il magnetismo del viso anonimo e irrequieto tracciato a solco sulla colata di sapone nero e cera crea una densità emotiva irrefrenabile. Anche in questo caso è
presente un elemento autobiografico, essendo l’ansia, la nevrosi e la psicoterapia temi frequenti del lavoro di Rashid Johnson.

La mostra e parte di una serie in onore di Arturo Toffetti.

Accompagna la mostra un catalogo edito da GAMeC Books.

Il volume, disponibile presso il Bookshop del museo a partire dal mese di marzo, includerà le vedute dell’allestimento concepito per lo Spazio Zero della GAMeC; sarà presentato al pubblico il 13 maggio 2016,
durante un evento parte della programmazione di ARTDATE.
Si ringrazia il GAMeC Club per il generoso contributo alla pubblicazione del catalogo.

La mostra è stata realizzata grazie al supporto di Hauser & Wirth.

 

Si ringrazia Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong.


Biografia
Rashid Johnson nasce a Chicago nel 1977. Ha ottenuto una laurea in fotografia al Columbia College di Chicago e nel 2005 ha frequentato una laurea specialistica presso la School of the Art Institute di Chicago. Recenti mostre personali includono: Anxious Men, Drawing Center, New York; Three Rooms, Kunsthalle Winterthur, Winterthur, Svizzera (2015); Magic Numbers, George Economou Collection in Athens, Grecia (2014); New Growth, Museum of Contemporary Art, Denver (2014); The Gathering, Hauser & Wirth Zurigo (2013); New Growth, Ballroom Marfa (2013); Shelter, South London Gallery, Londra (2012) e la grande mostra itinerante Message to Our Folks che ha aperto al Museum of Contemporary Art, Chicago (2012) e viaggiato al Miami Art Museum (2012), all’High Museum of Art, Atlanta (2012) e al Kemper Art Museum, St. Louis (2013).
Nel 2016, dopo la personale alla GAMeC, l’artista presenterà una mostra personale negli spazi del Garage Museum of Contemporary Art di Mosca.


19 FEBBRAIO – 15 MAGGIO 2016
Rashid Johnson - Reasons

Orari d’apertura
martedì-domenica: ore 10:00-19:00 / giovedì: ore 10:00-22:00 / lunedì chiuso

Ingresso (valido per tutte le mostre in corso)
Intero: € 6,00 / Ridotto: € 4,00

Ufficio Stampa
CLP Relazioni Pubbliche

Francesco Sala – E-mail: francesco.sala@clponline.it
Tel. + 39 02 36755700
www.clponline.it

GAMeC
Manuela Blasi – E-mail: manuela.blasi@gamec.it
Tel. + 39 035 270272
 

Other images:

Altre immagini:

– Goodbye Derrick, 2012
– Positions, 2015
– Untitled Anxious Men, 2015