Per il quinto anno consecutivo la GAMeC torna ad abitare la prestigiosa sede del Palazzo della Ragione, cuore pulsante della città antica, con una nuova mostra firmata Anri Sala, il celebre artista di origini albanesi che, partendo dalla sua più recente installazione audio-visiva, Time No Longer, attiva un intenso dialogo con l’iconica Sala delle Capriate.

Riaffermando una modalità operativa già sperimentata in altre occasioni, Sala ha interpretato il contesto architettonico del Palazzo della Ragione “non come un semplice contenitore, ma come un organo attivo”. Per l’artista ogni spazio fisico può portare con sé valori e memorie che, di volta in volta, l’interazione con l’opera d’arte può riattivare. Nel caso della Sala delle Capriate tale dinamica trova un ulteriore sviluppo – una sorta di amplificazione dell’effetto – in relazione alla storia secolare dell’edificio – il primo Palazzo Comunale d’Italia, trasformato in Palazzo di Giustizia con l’avvento della Repubblica di Venezia – e agli antichi affreschi in esso contenuti.

Proiettato su uno schermo flottante lungo 16 metri, Time No Longer si concentra sull’immagine di un giradischi galleggiante in una stazione spaziale. Ancorato al solo cavo elettrico di alimentazione, il giradischi riproduce un nuovo arrangiamento di Quartet for the End of Time, una composizione realizzata dal musicista francese Olivier Messiaen, considerata la più celebre opera musicale composta in prigionia. Durante la seconda guerra mondiale, Messiaen (1908-1992) fu catturato a Verdun e fatto prigioniero in un campo tedesco. Fu durante quel periodo che scrisse Quartet for the End of Time, presentandolo per la prima volta nel 1941 – insieme a tre musicisti anch’essi reclusi – davanti a un pubblico di soli detenuti e guardie. In particolare, per la realizzazione di Time No Longer, Sala si è ispirato all’unico movimento solista del quartetto, “The Abyss of the Birds”, scritto per clarinetto e suonato dal commilitone e musicista algerino Henri Akoka.

Alla dimensione di solitudine e costrizione del clarinetto di Henri Akoka, fa eco la suggestiva storia del sassofono di Ronald McNair. Nel 1986 McNair, uno dei primi astronauti neri ad aver raggiunto lo spazio, e allo stesso tempo sassofonista professionista di talento, aveva pianificato di suonare e registrare un assolo a bordo dello Space Shuttle Challenger. Questo sarebbe stato il primo brano musicale originale registrato nello spazio se il veicolo spaziale non si fosse disintegrato pochi secondi dopo il decollo, uccidendo tragicamente tutti gli astronauti a bordo. Gioiello tecnologico, lo shuttle si manifesta nella sua tragica fragilità evocando la vulnerabilità della condizione di prigioniero di Messiaen.

Con la collaborazione del musicista André Vida e del sound designer Olivier Goinard, Anri Sala crea così un duetto fra due voci strumentali: una performance senza performer dove il clarinetto, a tratti, si confonde con il sassofono, unendo due momenti distanti nella storia e nel tempo, ma accomunati da un senso profondo di solitudine e allo stesso tempo di determinazione e volontà. La composizione musicale costituisce una colonna sonora dell’intenzione, alludendo alla registrazione pianificata ma mai realizzata da McNair.

La proiezione sospesa e il buio della Sala delle Capriate evocano l’assenza di luce e di gravità dell’universo, la dimensione del vuoto in cui galleggia il giradischi. Nella sala il buio è interrotto a tratti da bagliori di luce provenienti da alcune lampade posizionate sul retro dello schermo che, seguendo il ritmo della musica, illuminano la sala e, insieme a essa, i dipinti e gli affreschi disposti sulle pareti. I personaggi ritratti – tra cui la Vergine Maria e i Santi patroni della città Alessandro e Vincenzo, così come la figura della Giustizia, e in particolare i quattro angeli musici che, intenti a suonare i loro strumenti (una viola, una cornetta, un flauto e un organo), sembrano dialogare con i quattro musicisti di Quartet for the End of Time – si fanno così testimoni di un’umanità scomparsa, collegando temporalità diverse che attraversano il passato, il presente, e il futuro.

Alla deriva nello spazio infinito, mentre si susseguono 16 albe e 16 tramonti, il giradischi trova in questo modo una maniera per rimanere ancorato al tempo e alla storia, per quanto anch’esso prigioniero della propria solitudine, come McNair e Messiaen.

In occasione della mostra di Anri Sala verrà pubblicato il primo volume di una nuova collana di saggi, edita da NERO e GAMeC, legata ai progetti espositivi realizzati per il Palazzo della Ragione di Bergamo. Autore del primo saggio sarà il filosofo e musicologo francese Peter Szendy.


Nelle opere di Anri Sala (Tirana, 1974) la temporalità genera continui cambiamenti a partire dalle molteplici relazioni tra immagine, architettura e suono, che l’artista utilizza come elementi per piegare, capovolgere e mettere in discussione le esperienze dello spettatore. La sua ricerca indaga le fratture nell’ambito del linguaggio, della sintassi e della musica, favorendo dislocazioni creative che generano nuove interpretazioni della storia e soppiantando vecchie finzioni e narrazioni con dialoghi meno espliciti e più equilibrati.

Il suo lavoro è stato oggetto di mostre personali nelle seguenti istituzioni: Kunsthaus Bregenz (2021); Buffalo Bayou Park Cistern, Houston (2021); Centro Botìn, Santander (2019); Mudam, Lussemburgo (2019); Castello di Rivoli, Torino (2019); Museo Tamayo, Mexico City (2017); New Museum, New York (2016); Haus der Kunst, Monaco (2014); Centre Pompidou, Parigi (2012); Serpentine Gallery, Londra (2011); Museum of Contemporary Art North Miami (2008); ARC, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (2004).

Ha partecipato a importanti mostre collettive e biennali a livello internazionale, tra cui la Cinquantasettesima Biennale di Venezia (2017), documenta (13) (2012), la Ventinovesima Biennale di San Paolo (2010), la Seconda Biennale d’arte contemporanea di Mosca (2007) e la Quarta Biennale di Berlino (2006). Nel 2013 ha rappresentato la Francia alla Cinquantacinquesima Biennale di Venezia.