Prosegue la partecipazione della GAMeC ad Artists’ Film International, il prestigioso network dedicato alla videoarte, nato nel 2008 da un’iniziativa della Whitechapel Gallery di Londra e ora curato da Forma, che coinvolge quest’anno 12 istituzioni d’arte contemporanea internazionali e artiste e artisti provenienti da tutto il mondo.

L’edizione 2026 della rassegna, A Kind of Power, raccoglie una selezione di film che rinegoziano la complessa eredità della rappresentazione, interrogandosi sulle dinamiche attraverso cui persone, storie e territori vengono resi visibili.
Molti degli artisti selezionati superano la dimensione puramente critica per esplorare come le immagini in movimento possano generare nuove forme di relazione, attenzione e presenza collettiva. Se da un lato alcuni lavori si confrontano direttamente con i moderni sistemi di visibilità, dall’altro c’è chi propone modi alternativi di abitare e comprendere il mondo, affidandosi al rito, alla memoria, alla reciprocità e alla testimonianza.

Per questa edizione, le curatrici della GAMeC Sara Fumagalli e Valentina Gervasoni hanno selezionato Sight Unseen (2019) dell’artista Alessandra Ferrini (Firenze, 1984).

Il film si basa sulla serie più completa di immagini – sebbene legalmente non pubblicabile fino al 2021 – che documenta la cattura, il processo e l’esecuzione di Stato del leader anticoloniale libico Omar al-Mukhtar per mano dell’Italia fascista nel 1931.

La voce e le mani dello storico Alessandro Volterra mostrano e descrivono le immagini alla telecamera senza mai svelarle del tutto: appena percettibili, le fotografie sfumano nel nero, appaiono sfocate o vengono mostrate solo per un istante. Nel restituire l’esito di questo divieto legale e la conseguente marginalizzazione dei documenti, il film intreccia altri reperti e testimonianze che evidenziano la calcolata politica di visibilità e invisibilità con cui l’Italia ha modellato il ricordo della propria violenza coloniale.

Il film invita a riflettere su chi abbia il diritto di vedere, chi possa essere rappresentato e a quali condizioni. Trasformando il divieto visivo in un’opportunità critica, Ferrini riflette sul ruolo della fotografia all’interno di una memoria coloniale mai del tutto affrontata, interrogandosi su come riattivare tali immagini di dominio senza riprodurne la violenza.

Proprio in questo esercizio di responsabilizzazione dello sguardo l’opera trova la sua ideale collocazione nell’ambito del programma Pedagogia della Speranza: una delle sue premesse centrali è infatti che l’educazione debba fornire gli strumenti per leggere il mondo in modo critico e per riconoscere le strutture di potere che ne plasmano le rappresentazioni. Sight Unseen incarna perfettamente questa prospettiva, creando le condizioni attraverso cui gli spettatori possono esaminare i meccanismi con cui la storia viene raccontata, oscurata e dimenticata.

A sviluppare ulteriormente questa riflessione sarà la stessa Alessandra Ferrini, protagonista il 18 e 19 settembre di due appuntamenti concepiti per approfondire il percorso tracciato dal film: durante un workshop negli spazi della GAMeC e una performance-lecture presso Performatorio, l’artista inviterà i partecipanti a indagare come l’eredità coloniale italiana continui a condizionare le nostre rappresentazioni visive, il nostro sguardo e le complesse dinamiche geopolitiche del Mediterraneo. 
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Dal 9 settembre al 1 novembre 2026 Sight Unseen sarà visibile al pubblico negli spazi della GAMeC; in contemporanea; i film proposti dalle altre istituzioni partecipanti nell’edizione 2026 di Artists’ Film International accompagnano il progetto in forma online, su questa pagina:
 
On the edge of Canvas, di Razia Akbari
Selezionato da Center for Contemporary Arts Afghanistan in eXiLe e.V. (CCAA in EXiLe), Francoforte

Quando si cerca di erigere una barriera tra passato, presente e futuro, le distanze si annullano inconsciamente, come se tra di esse non si fosse attraversato alcuno spazio. Questo film è un movimento tra vari strati: un’esplorazione che attraversa trame perdute, nomi muti, corpi invisibili, volti nella nebbia e poesie mai pronunciate né ascoltate. Un tentativo di cercare ciò che resta non scritto tra le pieghe dimenticate della storia; una ricerca profonda tra le cuciture, dove colori, linee e forme urlano in silenzio e dove lo sguardo si fa intuizione visiva.

Raindrops For Rani, di Aqsa Arif
Selezionato da Tramway, Glasgow

Raindrops of Rani attinge alla tragica figura di Heer, tratta dalla storia d’amore punjabi Heer Ranjha. Arif la reimmagina nelle vesti di Heera, una madre sfollata che cerca di rifarsi una vita in un casermone di edilizia popolare in Scozia insieme alla giovane figlia, dopo che un’inondazione ha distrutto la loro casa. Attraverso questa fantasia ibrida, Arif mette in scena una narrazione stratificata su una madre e una figlia che si adattano in modo diverso e disuguale a un ambiente segnato da indifferenza e ostilità.
Al centro del film c’è la storia personale dell’arrivo di Arif nel Regno Unito dal Pakistan. La sua famiglia fu inizialmente sistemata in una casa popolare a Prospecthill Circus, nella zona sud di Glasgow. Anni dopo, le autorità locali la trasferirono nuovamente per facilitare le riprese del celebre spot pubblicitario delle TV Sony Bravia del 2006: uno spettacolare e stravagante allestimento che richiese 1.500 cariche esplosive e 70.000 litri di pittura. Diretto da Jonathan Glazer con un budget stimato di 2 milioni di sterline, lo spot divenne un evento iconico. Nel frattempo i residenti, per la maggior parte appartenenti alla classe operaia, rifugiati e richiedenti asilo, vennero sfollati e ricollocati in altri casermoni della città. Raindrops of Rani riflette sul forte contrasto tra questo spettacolo globale e le realtà marginalizzate della comunità che ne è stata travolta.

Regarding Faustine, di Ira Goryainova
Selezionato da argos centre for audiovisual arts, Bruxelles

Muovendo dal presupposto che qualsiasi ritratto documentario porti in sé un’indole prevaricatrice e distruttiva, questo breve saggio visivo affronta il rapporto tra la regista e la sua protagonista, Faustine. L’atto dello sguardo si fa tangibile attraverso la tecnologia, la superstizione e la visione fantastica. Il film sostiene che l’opera cinematografica sia uno spazio che prende in ostaggio una persona reale, la inghiotte e la sigilla per sempre.

nepantlera, di Kiyo Gutiérrez
Selezionato da Los Angeles Contemporary Exhibitions (LACE), Los Angeles

nepantlera è un video sperimentale che documenta una serie di performance rituali attivate in luoghi specifici lungo i bacini idrici che delineano il confine tra Messico e Stati Uniti: il Golfo del Messico, il Rio Bravo/Grande, il fiume Colorado, il fiume Gila, il fiume Tijuana e l’Oceano Pacifico. La nepantlera – un’entità/forza/dea/creatura estinta – intraprende un viaggio mitico per comunicare con le acque a cui ha dato origine in tempi antichi. Presto scopre però che i fiumi sono stati violati e le loro acque divise da uomini ambiziosi e insaziabili.
Lungo il pellegrinaggio della nepantlera, che parte dalla foce del Rio Bravo/Grande a Brownsville, in Texas, e si conclude sull’Oceano Pacifico a Tijuana, in Messico, il Trattato di Guadalupe Hidalgo – il documento storico che ha trasformato queste acque in confini – viene trasgredito, trasformato e consumato attraverso gesti come tracciare segni, produrre suoni, strappare, masticare, salivare e bagnare. Questi gesti, che impiegano tinture naturali, voce, sonagli, saliva e acque di fiume e d’oceano, toccano, alterano ed erodono le pagine imperialiste del trattato, sfidandone l’autorità e reimpostandone il significato. Questo progetto nasce da una profonda preoccupazione per la terra e per le violenze umane che consumano quotidianamente la frontiera, concependo al tempo stesso questo spazio come un ambiente acquatico complesso e stratificato da cui emergono resistenza, reciprocità, memoria, storie e nuove possibilità.

Content Moderator, di Marte Hodne Haugen
Selezionato da Tromsø Kunstforening, Tromsø

Content Moderator trae ispirazione dalla precedente esperienza lavorativa di Marte Hodne Haugen come moderatrice di contenuti per una delle più grandi piattaforme di social media al mondo. Sulla base delle regole aziendali, i moderatori stabiliscono se contenuti controversi – che includono violenza, pornografia, cyberbullismo, razzismo o minacce di suicidio – debbano essere rimossi o rimanere online. È un lavoro sottopagato, spesso svolto da giovani o da persone con scarse alternative sul mercato del lavoro.
Il video musicale affronta le ripercussioni sulla salute mentale derivanti dal consumo di una mole così imponente di immagini reali e violente, oltre a riflettere sul diritto alla sicurezza sia in rete che sul luogo di lavoro. Tutte le persone che hanno preso parte al video sono ex colleghi della regista risalenti al periodo in cui lavorava come moderatrice.

Thokei, di Malik Irtiza
Selezionato da Project 88, Mumbai

Thokei di Malik Irtiza segue una figura tratta dai racconti della sua infanzia, diventata poi ricorrente nella sua produzione artistica: Shokpaseen, una sagoma ombrosa e priva di sostanza, simile a un vuoto. Un tempo uccello canoro, si aggira ora in luoghi strani come una traccia di vita che rifiuta di dissolversi nel nulla. Shokpaseen è particolarmente attratta dagli scarti e dalle crepe tra il tempo e lo spazio.
Thokei (sputo) fluisce tra paesaggi acquatici e (non-)linguaggi, tra assenza e sovrabbondanza, follia e umorismo. I suoni di questo cortometraggio si sovrappongono e si scontrano: tumulto di pesci, ninne nanne kashmire, mani che battono. Si creano così trame di solidarietà non deterministiche ma inequivocabili attraverso i territori occupati e il dolore di farsi testimoni di chi li abita e li immagina, pur muovendosi all’interno di una dimensione onirica e fantastica. L’opera di Malik resiste a una facile leggibilità, trovando affinità e alleanze in linguaggi non umani, plurali e velati.

The Kite Ballet, di Thaís Muniz
Selezionato da Crawford Art Gallery, Cork

The Kite Ballet (2024) di Thaís Muniz ritrae il rituale settimanale dei cacciatori di aquiloni tra le dune di Abaeté, al tramonto e con la brezza costante della zona di Itapuã a Salvador, in Brasile. La comunità fa danzare con maestria i propri aquiloni, riscoprendo un fondamentale luogo fisico e simbolico per le memorie afro-indigene e il territorio ancestrale, dove pratiche spirituali vissute si tramandano da secoli.
Nel mettere in luce la minaccia che lo sviluppo speculativo rappresenta per il territorio afro-indigeno in Brasile, il film di Muniz rivendica il gioco nell’età adulta e la negoziazione con la natura come atti di resistenza essenziali e rivoluzionari. Attraverso l’opera, l’artista intende evidenziare la riappropriazione del territorio da parte della comunità, amplificando al contempo le voci degli attivisti locali.
La ricerca di Thaís Muniz abbraccia molteplici linguaggi per analizzare criticamente la geopolitica dei luoghi, indagando le intersezioni tra identità ereditate e acquisite, memoria, transito e l’amore interiore inteso come metodologia di cura radicale. In The Kite Ballet, questi temi si intrecciano con le teorie della decrescita che, in una prospettiva decoloniale e indigena, sfidano lo sfruttamento basato sulla crescita illimitata per proporre modi alternativi di vivere in armonia con la natura.

Zoologische Gesellschaft, di Ann Oren
Selezionato da Video-Forum di Neuer Berliner Kunstverein (n.b.k), Berlino

Intrecciando registrazioni audio-visive di animali da zoo in una fitta trama di azioni e reazioni, questo video sfocia infine in un concerto animalesco e collettivo. Mettere in relazione i diversi animali attraverso il montaggio crea tra loro legami fittizi, dando vita a una vera e propria società animale. Zoologische Gesellschaft (Società zoologica) riflette così sulle comunità umane, che hanno creato gli zoo come propri specchi riflettenti. Ne emerge un’alterità profonda e, al tempo stesso, una contiguità inquietante da cui vorremmo prendere le distanze.

Open Country, di Amaal Said
Selezionato da Forma, Londra e Focal Point Gallery, Southend-on-Sea

Open Country (2025) di Amaal Said esplora i temi della visibilità, dell’appartenenza e delle politiche di movimento all’interno del paesaggio britannico contemporaneo. Seguendo il viaggio di una madre e una figlia somale da Londra alla campagna del Kent, il film riflette su come le storie di migrazione, razza e identità nazionale continuino a determinare chi abbia il permesso di occupare e attraversare determinati spazi, e a quali condizioni si venga visti. Il paesaggio non emerge come un territorio neutrale, bensì come un luogo plasmato da immaginari culturali ereditati, in cui dinamiche di inclusione ed esclusione restano fortemente radicate.
Mentre la figlia registra un diario su audiocassetta da inviare alla nonna in Somalia, il film si sviluppa attraverso gesti di dialogo, osservazione e riflessione. La cassetta diventa sia una testimonianza che un filo conduttore: un modo per comunicare attraverso la distanza, le generazioni e le geografie. Attraverso questa stratificata forma di appello, Open Country mette in primo piano le dimensioni emotive e politiche della vita diasporica, muovendosi tra le tensioni di familiarità ed estraneità, presenza e nostalgia.
Adottando un linguaggio visivo misurato e attento, radicato nella cura e nell’esperienza vissuta, Said rifiuta la spettacolarizzazione o le narrazioni identitarie rigide. Il film preferisce soffermarsi su momenti di stasi e di profonda attenzione, proponendo la visibilità come qualcosa di fragile, relazionale e autodeterminato — definito tanto dal diritto di apparire quanto dalla libertà di muoversi, appartenere e restare, in parte, non visti.

Non-Aligned Newsreels: Voices from the Debris [Algiers sessions], di Mila Turajlić
Selezionato da Cultural Centre of Belgrade, Belgrado

Video News
Selezionato da Sapieha Palace, sede del Contemporary Art Centre (CAC), Vilnius

Video News è un progetto in corso avviato dall’artista Ieva Kotryna Ski insieme ad Akvilė Kabašinskaitė. Il progetto mette in contatto persone in luoghi diversi attraverso una conversazione video in continua evoluzione, priva di commenti o parole. Di volta in volta, i video sono stati uniti quasi senza montaggio, preservando la sequenza originale con cui venivano condivisi su WhatsApp. In totale sono stati creati 17 video; il 17° video, tuttavia, è rimasto finora inedito. La conversazione è stata attiva tra il 2018 e il 2020, sebbene Video News si riattivi ancora sporadicamente in occasioni speciali.
Partecipanti: Ieva Kotryna Ski, Akvilė Kabašinskaitė, Ignė Narbutaitė, Deniz Inceoglu, Lukas Brašiškis, Viltė Bražiūnaitė, Mark Prendergast, Cihangir Cakar, Ignė Smilingytė, Noriko Satoi, Milda Januševičiūtė, Yasemin Szawlowski.